Genitori separati: gli spostamenti per vedere i figli alla luce degli ultimi provvedimenti restrittivi

Domenica 22 marzo 2020 il Governo ha ulteriormente rafforzato le misure limitative degli spostamenti personali al fine di contenere il più possibile la diffusione del Coronavirus.

Dapprima, nella mattina del 22 marzo, il Ministero della Salute congiuntamente al Ministero degli Interni ha emanato una nuova ordinanza in tema di restrizione degli spostamenti, prevedendo il “divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in comune diverso da quello in cui si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute“.

Sulla stessa linea è stato poi emesso il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 marzo 2020, con cui

– è fatto divieto “a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati dal comune in cui attualmente si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute“;

– sono state soppresse le parole “È consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza» dal D.P.C.M. 11 marzo 2020;

– sono state confermate le altre disposizioni contenute nel D.P.C.M. 11 marzo 2020 e nell’ordinanza del Ministero della Salute del 20 marzo 2020 (quella che dispone, tra l’altro, la chiusura dei parchi ed il divieto di spostamento verso le seconde case) da applicarsi “cumulativamente” rispetto a quelle del D.P.C.M. 22 marzo 2020: rimarranno in vigore fino al 3 aprile 2020.

I precedenti provvedimenti sulla limitazione della mobilità (D.P.C.M. 11 marzo 2020) prevedevano tra i motivi a giustificazione degli spostamenti le “situazioni di necessità” ed il “rientro presso il proprio domicilio“: in forza di queste clausole, secondo l’orientamento interpretativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, gli spostamenti dei genitori separati per fare visita ai figli previsti da provvedimenti dell’autorità giudiziaria erano ritenuti legittimi. In questo senso si era pronunciato anche il Tribunale di Milano in data 11 marzo 2020. Ne abbiamo parlato in un recente articolo.

L’ultimo intervento normativo modifica il precedente assetto, in particolare per quanto riguarda i trasferimenti tra comuni diversi, mentre per il trasferimento all’interno del medesimo comune restano valide le precedenti prescrizioni che consentono gli spostamenti anche per situazioni di necessità.

 

Un’importante premessa

Le limitazioni degli spostamenti non vanno a modificare la regolamentazione dei tempi di permanenza dei figli presso i genitori: le regole fissate nei provvedimenti che disciplinano la separazione, il divorzio o l’esercizio della responsabilità genitoriale sui figli nati fuori dal matrimonio rimangono a tutti gli effetti valide ed efficaci.

In altre parole: l’emergenza Covid-19 non può essere utilizzata da un genitore per ostacolare i rapporti tra i figli e l’altro genitore.

Il genitore che impedisce la frequentazione adducendo come motivazione soltanto le limitazioni agli spostamenti viola un provvedimento del giudice, e così facendo commette un reato penale. Se ritiene che le regole stabilite nel provvedimento non siano più attuabili a causa della normativa sulle limitazioni degli spostamenti personali, è opportuno che si rivolga al giudice, con una richiesta urgente di modifica dei provvedimenti vigenti.

Diverso è il caso in cui ci siano delle ragioni particolari, ad esempio quando un genitore svolge un lavoro ad elevato rischio sanitario, ad esempio in ambito sanitario, o quando convive con soggetti vulnerabili, quali genitori anziani, invalidi ecc. In queste ipotesi, l’opposizione agli incontri può ritenersi giustificata dall’esigenza oggettiva di proteggere in primis la salute del figlio. Starebbe in primis al genitore più esposto al rischio valutare l’opportunità di sospendere gli incontri ed adottare in via provvisoria modalità alternative agli incontri, gestendo i contatti a distanza mediante videochiamate o altre modalità telematiche.

Mai come in questo eccezionale momento, è necessario che ciascuno dei genitori compia azioni responsabili e di buon senso, accantonando le recriminazioni ed il desiderio di rivalsa nei confronti dell’ex.

 

Gli spostamenti per fare visita ai figli sono leciti?

La normativa è poco chiara e, in attesa di un auspicabile intervento chiarificatore da parte delle Autorità preposte, si possono individuare due situazioni distinte:

1 – se i genitori vivono nello stesso comune, i trasferimenti sono pienamente leciti (si applica infatti il D.P.C.M. 8 marzo 2020 che consente i trasferimenti dettati “da necessità“);

2 – se i genitori vivono i comuni diversi, manca in questo momento una interpretazione ufficiale. Dalla lettura dell’ultimo D.P.C.M. del 22 marzo 2020 risulta che gli spostamenti da comune a comune siano consentiti solo per ragioni lavorative, motivi di salute e “situazioni di assoluta urgenza“: non è chiaro se nelle situazioni di assoluta urgenza possa rientrare anche il diritto del figlio alla bigenitorialità.

Una interpretazione restrittiva rischia di creare situazioni differenziate, a mio parere non accettabili: la distanza tra le abitazioni dei genitori non può, infatti, essere un parametro per valutare la legittimità o meno degli spostamenti delle persone separate per andare dai figli.

Non va dimenticato che le misure limitative degli spostamenti da comune a comune di cui al D.P.C.M. 22 marzo 2020 sono state introdotte essenzialmente per evitare gli spostamenti di massa dal Nord al Sud Italia potenzialmente conseguenti alla chiusura delle attività produttive. Lo scopo non è dunque quello di vietare gli spostamenti sorretti da valide motivazioni. In questa ottica, si può ritenere che lo spostamento dettato dell’esigenza di attuare il provvedimento del giudice relativo alla frequentazione coi figli sia lecito.

 

Il ruolo dell’avvocato e l’importanza di trovare soluzioni emergenziali condivise

A mio parere, occorre contemperare i diversi interessi in gioco: da un lato il diritto alla salute del singolo e della collettività, dall’altro il diritto del figlio a crescere serenamente, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori. Non ci possono essere soluzioni valide in assoluto, ma ogni situazione va valutata caso per caso, con la massima attenzione, considerato che entrambi i diritti in ballo attengono sfere personalissime e delicate, quali la salute e le relazioni familiari, di rilievo costituzionale.

In questa situazione complessa ed in continua evoluzione è quanto mai importante ricercare soluzioni condivise mediante i rispettivi avvocati, al fine di trovare con l’altro genitore, quando necessario, una regolamentazione provvisoria che consenta a tutti di gestire questo particolare momento senza ansie eccessive, ma con la giusta razionalità, in modo che, quand’anche gli incontri siano sconsigliabili, venga comunque garantita al figlio una continuità degli affetti.

mantenimento figlio

Fino a quando va mantenuto il figlio maggiorenne?

L’obbligo di provvedere al mantenimento dei figli non cessa con il raggiungimento della maggiore età, ma prosegue fino a che i figli non diventano economicamente autosufficienti.

Secondo la giurisprudenza, l’autosufficienza economica viene raggiunta quando il figlio dispone di redditi propri che gli consentono di condurre una vita autonoma, tenendo conto della formazioni professionale, degli studi effettuati, dell’impegno nella ricerca di un posto di lavoro e delle condizioni economiche della famiglia di provenienza.

In concreto, l’applicazione del criterio della autosufficienza economica è rimessa alla valutazione del giudice che deve considerare le caratteristiche della singola vicenda di fatto tenendo conto di alcuni criteri di massima indicati dalla Corte di Cassazione.

In particolare, nel decidere se il figlio maggiorenne ha ancora diritto ad essere mantenuto dai genitori, il giudice deve svolgere un accertamento di fatto che tenga conto:

– dell’età del figlio (più aumenta l’età, più il figlio maggiorenne ha il dovere di rendersi autonomo dalla famiglia);

– dell’effettivo conseguimento di una formazione professionale e tecnica (se il figlio maggiorenne studia all’università ha diritto ad essere mantenuto);

– dell’impegno rivolto alla ricerca di un posto di lavoro (il figlio maggiorenne che, avendo completato gli studi, non si attiva alla ricerca di un impiego e rimane inerte in una condizione parassitaria, perde il diritto al mantenimento);

– della condotta personale tenuta nel suo complesso dal figlio dopo il raggiungimento della maggiore età (il figlio che continua a rimanere iscritto all’università ma non si impegna negli studi, nè si impegna a cercare un lavoro non ha diritto al mantenimento).

Fonte: Cass. ord. 30491 del 21.11.2019.

Immagine con fondo grigio con domanda "Sottrazione consensuale di minorenni. Qual è la pena?"

Sottrazione consensuale di minorenni. Qual è la pena?

La risposta dell’Avvocato Barbara D’Angelo

La sottrazione consensuale di minorenni è un delitto previsto e punito dall’art. 573 del Codice Penale.

Chiunque sottrae un minore che abbia compiuto i quattordici anni, pur con il consenso di quest’ultimo, al genitore esercente la responsabilità genitoriale o al tutore, contro la volontà del medesimo genitore o tutore, è punito, a mezzo querela, con la reclusione fino a due anni.

schermata grigia con domanda "Posso adottare una persona maggiorenne?"

Posso adottare una persona maggiorenne?

La risposta dell’Avvocato Barbara D’Angelo

L’adozione di persone maggiorenni è disciplinata dagli artt. 291 e segg. del Codice Civile, creati principalmente per permettere di costituire un rapporto di discendenza a chi non ha figli.

Se l’adottante ha figli maggiorenni, è necessario il loro consenso, insieme a quello del coniuge dell’adottante. È necessario, inoltre, il consenso dei genitori della persona da adottare, nonché, se coniugata, del coniuge.

La legge stabilisce che l’adottante debba avere almeno 35 anni (ma in casi particolari, il Tribunale può autorizzare l’adozione anche per chi abbia compiuto i 30 anni d’età). In ogni caso, l’adottante deve avere almeno 18 anni in più dell’adottato.

Una volta emesso il provvedimento di adozione, l’adottato acquista il cognome dell’adottante, anteponendolo al proprio, ed acquisisce i diritti successori nei confronti del medesimo, ponendosi nella medesima posizione degli eventuali altri figli.

Schermata a fondo verde con domanda "Sul lavoro mi stanno facendo pressione per indurmi al licenziamento. Come posso tutelarmi?

Mi stanno facendo pressione per licenziarmi. Come posso tutelarmi?

La risposta dell’Avvocato Barbara D’Angelo

Il lavoratore vittima di mobbing da parte di datore o colleghi può rivolgersi al tribunale, denunciando l’accaduto e chiedendo il risarcimento per il danno arrecato.

In particolare, in caso di minacce, molestie, maltrattamenti anche verbali, diffamazione e se il disagio vissuto dalla vittima ha assunto i connotati di un vero e proprio disagio psico-fisico, l’interessato può sporgere denuncia-querela per mobbing. Se le indagini confermeranno quanto esposto si darà inizio a un procedimento penale.

In sede civile, a prescindere dalla denuncia penale, l’interessato può chiedere il risarcimento dei danni subiti.

Bisogna però ricordare che allo stato attuale la legge non prevede un risarcimento ad hoc per il mobbing. Valgono quindi le regole generali per tutti i danni patiti dal lavoratore, patrimoniali e non patrimoniali.

Si può fare un accordo prematrimoniale?

La risposta dell’Avvocato Barbara D’Angelo

La sentenza n. 3777/81 della Corte di Cassazione ha sancito la nullità dei patti prematrimoniali per illiceità della causa.

Dal 2000 ci sono state alcune aperture, ad esempio con la sentenza n. 23713/2012 che ha riconosciuto la validità di un contratto con cui la futura moglie si impegnava a trasferire la proprietà di un immobile al coniuge (a titolo di indennizzo per le somme spese dallo stesso per ristrutturare l’edificio adibito poi a casa coniugale). Tuttavia, con la più vicina n. 2224/2017, la Corte di Cassazione ha nuovamente confermato la nullità degli accordi prematrimoniali per illiceità della causa.

Domanda "Dopo il divorzio ho iniziato una relazione. Posso presentare il nuovo partner a mio figlio?"

Relazione dopo divorzio. Posso presentare il nuovo partner a mio figlio?

La risposta dell’Avvocato Barbara D’Angelo

È regola di buon senso che la presenza di una nuova figura nella vita dei figli debba essere inserita con modalità non traumatiche e che rispettino la sensibilità dei figli, evitando la sovrapposizione dei ruoli.

Le clausole che alle volte vengono inserite negli accordi di separazione o di divorzio in cui si prevede l’obbligo per i coniugi di introdurre nuovi compagni in modo graduale nella vita dei figli, così come quelle che vietano i contatti per un certo periodo di tempo, non costituiscono un vero e proprio obbligo giuridico. Si tratta più che altro di un impegno morale che, se violato, non comporta l’applicazione di una sanzione, salvo che non abbia comportato gravi conseguenze pregiudizievoli sui minori.

Domanda "Il mio ex non paga il mantenimento: posso denunciarlo?"

Il mio ex non paga l’assegno di mantenimento: posso denunciarlo?

La risposta dell’Avvocato Barbara D’Angelo

Contribuire al mantenimento della moglie, anche divorziata, e dei figli è un obbligo che, se violato, espone al rischio di sanzioni penali ai sensi degli articoli 570 (violazione degli obblighi di assistenza familiare), 570 bis c.p. (violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio) e 388 (violazione dolosa di provvedimento dell’autorità giudiziaria) del codice penale. È quindi possibile effettuare una denuncia.

Gli artt. 570 e 388 del codice penale si applicano anche in caso di mancato mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio.

Mio figlio maggiorenne lavora: devo versare l’assegno?

La risposta dell’Avvocato Barbara D’Angelo

Secondo la legge, i genitori sono obbligati a versare il mantenimento fino a che l’attività lavorativa del figlio maggiorenne consente a quest’ultimo di raggiungere l’indipendenza economica. In base a questo principio, la giurisprudenza ha ritenuto che nei casi in cui il figlio stia completando la sua formazione, oppure svolgendo un lavoro precario e limitato nel tempo, il genitore è tenuto ancora a versare l’assegno. Il genitore può essere, però, esonerato dal mantenimento del figlio disoccupato quando quest’ultimo sia inerte nella ricerca di un lavoro o prosegua gli studi senza rendimento.

Contributo al mantenimento dei figli: le spese straordinarie

L’assegno mensile, di cui abbiamo scritto nel precedente articolo sul contributo di mantenimento, copre il mantenimento ordinario dei figli, vale a dire le spese che sono necessarie al figlio per il sostentamento e per i bisogni ordinari (alimentazione, abbigliamento, spese di vitto ed alloggio, ecc.).

In aggiunta all’assegno mensile si pongono le cosiddette “spese straordinarie“, ovvero quelle spese che sono legate a particolari esigenze di cura ed educazione dei figli e che hanno natura straordinaria, nel senso che non sono previamente prevedibili nè quantificabili e riguardano profili primari della crescita, della salute e della formazione del figlio.

Queste spese straordinarie, per la loro natura e peculiarità, non possono essere incluse nell’assegno mensile, ma vanno conteggiate e rimborsate separatamente.

Al riguardo, la legge non specifica quali siano le voci di spesa straordinarie, ma la giurisprudenza della Cassazione ha più volte avuto occasione di precisare che “devono intendersi spese straordinarie quelle che, per la loro rilevanza, imprevedibilità e imponderabilità, esulano dall’ordinario regime di vita dei figli”, chiarendo anche che non possono essere inserite nell’assegno mensile, poichè “la loro inclusione in via forfettaria nell’ammontare dell’assegno, posto a carico di uno dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità sancito dalla legge e con quello dell’adeguatezza del mantenimento, nonchè recare pregiudizio alla prole, che potrebbe essere privata di cure necessarie o di altri indispensabili apporti; pertanto, pur non trovando la distribuzione delle spese straordinarie una disciplina specifica nelle norme inerenti alla fissazione dell’assegno periodico, deve ritenersi che la soluzione di stabilire in via forfettaria ed aprioristica ciò che è imponderabile e imprevedibile, oltre ad apparire in contrasto con il principio logico secondo cui soltanto ciò che è determinabile può essere preventivamente quantificato, introduce, nell’individuazione del contributo in favore della prole, una sorta di alea incompatibile con i principi che regolano la materia” (cfr. Cass. civ. n. 9372/2012 e, più di recente, Cass. civ. n. 11894/2015).

Quali sono le “spese straordinarie”?

Manca una classificazione generale delle spese straordinarie: spesso nei provvedimenti giudiziari viene inserita una previsione assai generica che prevede il rimborso delle “spese straordinarie mediche non mutuabili, scolastiche, ludiche, ricreative e sportive“.

L’esame delle pronunce giurisprudenziale conferma che i tribunali non seguono criteri omogenei nella individuazione delle voci di spesa da considerarsi come straordinarie: ad esempio, le spese per cancelleria scolastica, pur essendo “spese scolastiche” sono da alcuni ritenute spese che rientrano nell’assegno mensile, in quanto spese routinarie e prevedibili, da altri spese straordinarie, ulteriori rispetto all’assegno mensile.
Interpretazioni differenti si hanno anche riguardo alle mensa scolastica, che alle volte viene considerata sostitutiva del pasto a casa e dunque inclusa nell’assegno, altre volte “spesa scolastica” e come tale non compresa nell’assegno mensile e da rimborsarsi separatamente.

Anche la nozione di “spese mediche” non è chiara: alcune spese mediche sono in genere comprese nelle spese ordinarie e dunque coperte dall’assegno mensile (ad esempio, l’acquisto di farmaci da banco) altre invece rientrano nelle spese straordinarie (ad esempio, le visite specialistiche, i trattamenti ortodontici, ecc. ).
Che cosa comprendono, poi, le spese ricreative? Sicuramente i corsi di musica o la vacanza all’estero che i figli fanno da soli. Ma comprendono anche la festa di compleanno, il regalo di compleanno per gli amichetti, le ricariche telefoniche?

I dubbi sono molti. E di conseguenza sono molte le occasioni di conflitto tra i genitori separati in relazione al concorso alle spese straordinarie.

Allo scopo di prevenire il contenzioso, la prassi giurisprudenziale ha elaborato una serie di criteri di riferimento, trasfusi nei Protocolli applicativi in uso nei diversi Tribunali italiani.
Lo scopo dei Protocolli è sostanzialmente quello di fornire dei criteri oggettivi, al fine di rendere più agevole l’applicazione delle regole fissate nei provvedimenti di separazione, divorzio o di regolamentazione della responsabilità genitoriale sui figli nati fuori dal matrimonio, scongiurando, per quanto possibile, l’insorgere di ulteriori contrasti tra i genitori separati.

Le spese straordinarie devono essere concordate?

Secondo l’orientamento interpretativo tradizionale, le spese straordinarie debbono essere tutte previamente concordate, in quanto si tratta di spese che attengono decisioni relative alla crescita, alla salute, all’educazione ed alla formazione scolastica dei figli, scelte di vita di primaria importanza, sulle quali entrambi i genitori hanno il diritto di esprimere la loro opinione.

Fanno eccezione soltanto le spese mediche urgenti ed indifferibili, le quali, per loro stessa natura, possono prescindere dall’accordo dei genitori, riguardando una situazione di emergenza nella quale prevale in assoluto l’interesse alla salute del figlio.

Non mancano, tuttavia, sentenze che chiariscono che anche le spese scolastiche e le spese mediche non richiedono il previo accordo di entrambi i genitori, atteso che si tratta di spese imprescindibili, come tali ritenute di per sé necessarie alla sana crescita psico-fisica dei figli e rispondenti al loro prioritario interesse.

Le spese straordinarie secondo il Protocollo del Tribunale di Bologna

Da qualche mese il Tribunale di Bologna si è dotato di un nuovo Protocollo sulle spese straordinarie, nel quale sono state specificamente indicate le voci di spesa che devono essere considerate come “spese straordinarie” e, soprattutto, chiarito quali spese debbano essere concordate preventivamente e quali non richiedano invece il preventivo accordo.

Il Protocollo stabilisce innanzitutto quali siano le spese che sono ricomprese nell’assegno mensile, precisando che si tratta delle spese necessarie alla soddisfazione delle esigenze primarie di vita dei figli, ovvero vitto, alloggio, abbigliamento ordinario, mensa scolastica e spese per l’ordinaria cura della persona.
Le altre spese, diverse da quelle specificate sopra, sono considerate tutte spese straordinarie.
Il Protocollo del Tribunale di Bologna specifica che alcune spese straordinarie non devono essere concordate preventivamente, in quanto sono ritenute rispondenti in via generale all’interesse dei figli.
Più esattamente, secondo il Protocollo, non devono essere concordate le seguenti spese:
a) le spese corrispondenti a scelte già condivise dei genitori e dotate della caratteristica della continuità.
A titolo esemplificativo: spese mediche precedute dalla scelta concordata dello specialista, comprese le spese per i trattamenti e i farmaci prescritti; spese scolastiche costituenti conseguenza delle scelte concordate dai genitori in ordine alla frequenza dell’istituto scolastico; spese sportive, precedute dalla scelta concordata dello sport (incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature e del corredo sportivo); spese ludico-ricreativo-culturali, precedute dalla scelta concordata dell’attività (incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature). In relazione a queste spese, le quali, com’è evidente, costituiscono la prosecuzione di decisioni già condivise dai genitori prima della separazione, è possibile la revoca da parte di uno dei genitori del consenso già prestato qualora intervenga, a causa o dopo lo scioglimento del rapporto, un cambiamento della condizione economica in senso peggiorativo, che renda la spesa eccessivamente gravosa e non più sostenibile. Il cambiamento dovrà essere dimostrato.
b) campi scuola estivi, baby sitter, pre-scuola e post-scuola, se imposti dalle esigenze lavorative del genitore collocatario e se il genitore non collocatario, anche mediante la rete famigliare di riferimento (nonni, ecc.), non offra tempestive alternative;
c) spese necessarie per il conseguimento della patente di guida;
d) abbonamento ai mezzi di trasporto pubblici;
e) spese scolastiche di iscrizione e dotazione scolastica iniziale, come da indicazione dell’istituto scolastico frequentato; uscite scolastiche senza pernottamento;
f) visite specialistiche prescritte dal medico di base; ticket sanitari e apparecchi dentistici o oculistici, comprese le lenti a contatto, se prescritti; spese mediche aventi carattere d’urgenza.

Tutte le altre spese straordinarie, invece, devono essere concordate tra i genitori.
Al riguardo, il Protocollo del Tribunale di Bologna specifica le modalità di comunicazione della spesa e del consenso, prevedendo che il genitore che propone la spesa debba informare l’altro per iscritto (con raccomandata, fax o e-mail), comunicando tipologia ed entità della spesa. L’altro genitore dovrà comunicare, sempre per iscritto, il proprio assenso o il diniego, motivandone le ragioni. Il mancato riscontro alla comunicazione del genitore richiedente entro trenta giorni, fa scattare la presunzione del consenso. Questa regola ha lo scopo di evitare che uno dei genitori possa sottrarsi alla spesa, semplicemente ignorando la comunicazione inviata dall’altro.

Qual è la percentuale del contributo di ciascuno dei genitori nelle spese straordinarie?

La contribuzione alle spese straordinarie è, dunque, separata rispetto al versamento dell’assegno mensile. Solitamente, viene previsto un riparto delle spese straordinarie al 50% tra i genitori, ma non mancano casi nei quali il contributo alle spese straordinarie è attribuito in misura differenziata a ciascuno dei genitori (a titolo esemplificativo, 70% e 30%) ovvero integralmente a carico di uno solo dei genitori, qualora vi sia una notevole differenza tra le condizioni economiche dei genitori, e ciò in conformità al principio di proporzionalità che sorregge il concorso al mantenimento dei figli.

Quali sono le modalità di rimborso?

Quasi mai nei provvedimenti della separazione, del divorzio o della regolamentazione della responsabilità genitoriale sui figli nati fuori dal matrimonio sono fissate le modalità di rimborso delle spese straordinarie. Ciò è spesso motivo di conflitto tra i genitori.

Ovviamente il rimborso potrà avvenire soltanto dietro esibizione della documentazione che comprova che la spesa sia stata effettivamente sostenuta e la sua concreta entità.

Nel nuovo Protocollo del Tribunale di Bologna sono state indicate in modo dettagliato le modalità di rimborso: il genitore che ha anticipato la spesa deve chiedere il rimborso in prossimità della spesa, allegando la documentazione dell’esborso. E’ stabilito che il rimborso avvenga tempestivamente e non oltre quindici giorni dalla richiesta, salvi diversi accordi tra i genitori.

La documentazione fiscale dovrà essere intestata ai figli, ai fini della corretta deducibilità, al 50% ciascuno in capo ai genitori.

Inoltre, è previsto che gli eventuali rimborsi e/o sussidi disposti dalla Stato e/o da altro ente pubblico o privato per spese scolastiche e/o sanitarie relative alla prole vanno a beneficio di entrambi i genitori nella stessa quota proporzionale di riparto delle spese straordinarie.